Il valore educativo dello Sport
La lezione della Paideia per i ragazzi di oggi
Perché un ragazzo di dodici anni dovrebbe passare tre pomeriggi a settimana su un campo, in piscina, in palestra o in un dojo? Che cosa porta con sé da quel campo?
Gli antichi Greci avevano una risposta precisa, e le avevano dato un nome: paideia. È una risposta che oggi la ricerca scientifica sta confermando, e che ci riguarda da vicino.
Il valore educativo dello sport non è un tema per addetti ai lavori: tocca ogni famiglia, ogni scuola, ogni società sportiva, ogni ragazzo che in questo momento sta decidendo se allacciarsi le scarpe o restare sul divano con lo smartphone in mano.
Paideia: quando lo sport era scuola dell’essere umano intero
Per i Greci la paideia era la formazione dell’essere umano nella sua interezza: il corpo, il carattere, l’intelligenza, la capacità di vivere nella comunità. Non esisteva un’«ora di educazione fisica» separata dall’educazione. Esisteva l’educazione, e il corpo ne era parte a pieno titolo.
I due pilastri erano la ginnastica e la musica, parola che allora comprendeva anche la poesia e le lettere. Nel terzo libro della Repubblica, Platone osserva che entrambe servono soprattutto all’anima: chi pratica solo la ginnastica rischia di diventare rude, chi coltiva solo la musica rischia di diventare “molle”. Educare significava accordare le due corde, come si accorda uno strumento.
Anche le parole ce lo ricordano. Palestra viene dal greco palaistra, il luogo della lotta. E nei ginnasi, i luoghi dell’allenamento, sorsero l’Accademia di Platone e il Liceo di Aristotele. Lì dove ci si allenava, si imparava anche a pensare.
Non è nostalgia del passato. È un’intuizione che oggi possiamo leggere con strumenti nuovi.
Movimento e cervello: che cosa ci dice oggi la scienza
Il movimento è diventato centrale nella nostra vita per due ragioni opposte. La prima è che ne facciamo sempre meno. La seconda è che proprio grazie al movimento il nostro tessuto neurale, plastico, può modificarsi e svilupparsi.
Da oltre dieci anni RINED, l’istituto di ricerca della Fondazione Patrizio Paoletti, studia con università e centri internazionali il Quadrato Motor Training, una pratica sensomotoria. Gli studi, a partire da quello pubblicato su PLOS ONE nel 2013, hanno associato questo movimento intenzionale a un aumento della creatività e della coerenza dell’attività cerebrale, e in seguito a cambiamenti nella microstruttura della sostanza bianca.
Il dato più interessante non è che «muoversi fa bene». È come ci si muove. Negli studi, l’effetto non veniva dal solo movimento né dal solo sforzo mentale, ma dalla loro integrazione: corpo e attenzione, insieme. È esattamente ciò che lo sport chiede a un ragazzo ogni volta che scende in campo.
C’è poi quello che i ragazzi stessi ci raccontano. L’indagine condotta da Fondazione Ospedale Niguarda con la nostra Fondazione, nell’ambito del progetto Sport per Crescere, ha coinvolto oltre 1.200 adolescenti tra gli 11 e i 14 anni. Tra chi fa sport almeno tre volte a settimana, si sente infelice o piange facilmente l’8,1%; tra i coetanei meno attivi, il 16,9%: più del doppio. Si sente solo il 4,9%, contro il 9%. Riesce a concentrarsi nei compiti il 30,9%, contro il 20%.
Sono dati che dicono che dove c’è sport, c’è più spesso un ragazzo che sta meglio.
Schermi e sport: due modi opposti di allenare l’attenzione
Ogni epoca ha la sua sfida educativa. La nostra ha la forma di uno schermo.
Il tempo che un ragazzo passa su un campo è, sempre più spesso, tempo conteso a uno smartphone, a un tablet, a una console. Secondo la sorveglianza HBSC-Italia 2022, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, nei giorni liberi il 12,1% degli undicenni dichiara di trascorrere cinque ore o più al giorno sui social network. A quindici anni sono il 27,6%: più di uno su quattro.
Lo schermo e il campo riguardano entrambi l’attenzione, ma in direzioni opposte.
– Lo schermo frammenta l’attenzione: la cattura dall’esterno, di notifica in notifica. Il campo la raccoglie: la tiene su un obiettivo, la mette in dialogo con il corpo.
– Sullo schermo una sconfitta si cancella con uno scroll. In campo bisogna rialzarsi.
– Online l’altro è un’immagine. Nello sport è una presenza che ti guarda, ti chiama, ti aspetta.
Il campo come palestra di attenzione, resilienza e volontà
Lo sport è una perfetta metafora e un campo di allenamento. Lì si sviluppano le qualità che i nostri ragazzi dovranno mettere in campo per affrontare e interpretare il nuovo tempo, il loro futuro.
Pensiamo a una partita persa, a una gara andata male, a un errore che fa sbagliare la squadra. In quel momento un ragazzo incontra la difficoltà nella sua forma più concreta. E ha davanti una scelta: fermarsi, oppure imparare a rialzarsi più capace di prima.
Nello sport si allenano:
– l’attenzione, cioè saper stare su ciò che conta mentre intorno tutto si muove;
– la focalizzazione, cioè tenere la direzione anche quando la fatica chiede di lasciar perdere;
– la resilienza, cioè trasformare ogni caduta in un’informazione per imparare, non in una sentenza;
– la volontà, che non è un dono di pochi ma qualcosa che si forgia nello sforzo, nell’impegno, nel superamento del proprio limite.
Ogni giorno i nostri giovani si confrontano con necessità intime e profonde. Il compito dell’educazione, e lo sport è educazione, è aiutarle a trasformarsi in abilità.
Eppure molti ragazzi abbandonano. L’abbandono sportivo, così come quello scolastico, è sempre più presente. Secondo ISTAT, nel 2024 pratica sport il 75,6% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; la quota scende al 66,1% tra i 15 e i 17 anni e al 53,9% tra i 18 e i 24 anni (ISTAT, La pratica sportiva in Italia – Anno 2024, 30 giugno 2025). Tra i motivi più citati ci sono la difficoltà di conciliare allenamenti e studio, la sensazione di «non essere portati» e una pressione tutta orientata al risultato.
Il paradosso è questo: i ragazzi abbandonano lo sport per la stessa ragione per cui lo sport è prezioso. Perché è sfidante, come lo è oggi la vita di ogni giorno.
La risposta, allora, non è abbassare la sfida. È accompagnarla. I giovani di oggi hanno bisogno di essere sostenuti, nutriti, ma anche guidati a conoscere meglio sé stessi. Per questo chi allena è sempre, anche, un educatore.
Dal risultato alla persona: conoscere sé stessi attraverso gli altri
Nel Modello Sferico della Coscienza, il paradigma che guarda all’essere umano come a un tutto integrato, l’individuo impara a pensarsi in relazione con l’intero insieme della sua vita: la famiglia, gli affetti, il lavoro, la materia e lo spirito, l’amicizia, la collettività. Ed è proprio quest’ultimo punto il più fecondo in ambito educativo. Grazie agli altri scopriamo noi stessi, e abbiamo l’opportunità di conoscerci e definirci meglio.
Una squadra è questo. Il compagno che ti passa la palla, l’allenatore che ti corregge, perfino l’avversario che ti costringe a dare di più: sono le persone grazie alle quali scopri fin dove puoi arrivare. Non a caso, nell’indagine, tra i ragazzi più sportivi il 54,9% si sente accettato dal gruppo, contro il 34,7% degli altri.
È lo stesso paradigma che ho chiamato Vita tua, vita mea: la mia crescita passa dalla tua, e la tua dalla mia. Lo sport, quando è educazione, la rende concreta ogni giorno.
È proprio grazie all’altro, agli altri, all’insieme, che possiamo incidere realmente nella vita di coloro che incontriamo.
Tornare alla paideia
Torniamo a quel ragazzo di dodici anni. Forse non diventerà un campione. Ma se quel campo sarà stato per lui una piccola paideia, un luogo dove corpo, attenzione, volontà e relazione crescono insieme, porterà con sé qualcosa che nessuna classifica registra.
Lo sport non è per i campioni. Lo sport è per crescere.
Sport per Crescere in breve
Sport per Crescere – Sport e salute mentale per la generazione olimpica è un progetto di Fondazione Patrizio Paoletti e Fondazione Ospedale Niguarda, con il contributo di Fondazione Cariplo e in collaborazione con Regione Lombardia, presentato al CONI il 16 settembre 2026. Unisce ricerca, formazione per chi educa attraverso lo sport e un modello educativo integrato per i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni.
→ Approfondisci: Sport e crescita interiore, sul blog della Fondazione
Per continuare: Il coraggio di essere presenti in un’epoca che ci vuole assenti

