Saperi eccellenti e ‘sette’ necessità dell’educazione del futuro

Mi piace qualche volta paragonare l’operazione culturale e pedagogica che mettiamo in campo con “21 Minuti, i saperi dell’eccellenza” (www.21min.org) a quello che Dante, il nostro Sommo Poeta, fece col Convivio. L’idea di mettere i saperi eccellenti a disposizione di tanti che avrebbero avuto difficoltà ad accedervi.

Il Convivio si apre citando Aristotele che afferma che “naturalmente gli uomini desiderano di sapere”, un’affermazione che qualche tempo dopo sarà ripresa da Leonardo da Vinci con: “Naturalmente li omini boni desiderano di sapere”.

Con l’aggiunta dell’aggettivo “boni” Leonardo puntualizza qualche cosa di molto importante che lo stesso Dante precisava nel primo trattato del Convivio, cioè l’idea che se pure tutti gli uomini naturalmente desiderano il sapere, non tutti poi hanno a loro disposizione le condizioni interiori ed esteriori per dedicarvisi.

Dante si pose come mediatore tra la tavola imbandita dei sapienti e i tanti che, dedicandosi alla “vita attiva” e non conoscendo magari il latino, non avrebbero potuto avere accesso a quegli studi e, raccogliendo le briciole della mensa eccellente, imbandisce un convivio per coloro che desiderano un miglior sapere, con un intento divulgativo nuovo per un’epoca che in sé rappresenta il vertice della cultura medievale e già il presagio di un tempo a venire.

Oggi come allora è indispensabile fornire strumenti di organizzazione del sapere, scacchiere rappresentazionali che consentano di organizzare e connettere tra loro forme diverse. In “21 Minuti, i saperi dell’eccellenza” lo schema di acquisizione dei contenuti che propongo ai partecipanti è essenzialmente F.A.S.E., filosofia, arte, scienza ed economia, il percorso dello sviluppo umano, che inizia da una visione, a partire dalla quale creare intuizioni, verificarle empiricamente e quindi farne modalità di scambio. Dante avrebbe detto, nel linguaggio del Convivio, che occorre occuparsi delle diverse “sette” del sapere, quelle che sinteticamente descrive come “la setta de li stoici, la setta de li epicurei e la setta de li peripatetici”.

È stato evidenziato dagli studiosi l’atteggiamento neutro e non giudicante del Sommo Poeta verso le tre sette, a differenza di quanto avverrà poi nella Commedia. Nel Convivio Dante sta compiendo una diversa operazione, organizzando i saperi per orientare il lettore ad una finalità specifica, arrivando ad intendere ogni setta come rappresentata da una Maria delle tre che vanno al sepolcro e non trovano Gesù, poiché compiono l’errore di cercare in basso, nella terra, ciò che è al di là di essa.

Oggi è per noi più che mai chiaro come i saperi differenti siano tutti necessari a comporre una diversa unità, stiamo comprendendo, già con pensatori della levatura di Edgar Morin e i suoi sette saperi necessari all’educazione del futuro, la necessità di ricomporre l’eccessiva specializzazione in visioni più complesse ed unitarie, che ci consentano un approccio maggiormente sostenibile alle problematiche del nostro tempo. Se è vero che oggi le “sette” si sono più che mai moltiplicate e sarebbe difficile ricondurle a tre sole categorie come faceva
Dante, è altrettanto vero che in quest’epoca in cui le ideologie hanno mostrato la propria fallibilità, siamo più che mai pronti per tornare a noi stessi e alla nostra capacità di esseri
umani in quanto tali, capaci di relativizzare i punti di vista, per mantenerci costantemente flessibili e capaci di integrazione.

Proprio ai sette saperi individuati da Morin come necessari per l’educazione del futuro, che considero un ottimo punto di partenza ed un eccezionale contributo, potremmo rifarci per definire gli obiettivi a cui dobbiamo tendere come uomini e donne del terzo millennio.

Il primo dei sette saperi è il sapere sul sapere stesso, la necessità di definire cosa sia conoscere e come individuare gli errori e le illusioni connesse al processo di acquisizione del sapere. Oggi noi parliamo con facilità di plagio e truffa nell’informazione, vivendo in un mondo in cui la moltiplicazione esponenziale delle fonti e dei mezzi di conoscenza ha reso difficile la verifica, cosicché torna con grande forza alla ribalta la necessità del così detto factchecking.

Ma, in questo come molti altri casi, agire sul processo educativo è ciò che davvero si rivela risolutivo nel generare un cambiamento duraturo. Nei miei corsi parlo di sistema R.A.D.R.O. finalizzato alla gestione del sapere: riconoscere, acquisire, differenziare, raggruppare ed infine organizzare il sapere. Il punto di partenza, oggi troppo spesso trascurato, è la capacità di riconoscere il sapere, abilità data per scontata da tutti noi, ma di fatto poco diffusa e frequentemente fraintesa.

Riconoscere ciò che davvero è sapere, dato verificato o verificabile, è qualche cosa che richiede uno specifico allenamento, un’educazione consapevole dei processi interni, che si avvalga delle scoperte neuro-scientifiche per comprendere in che modo il nostro cervello processi i dati. La capacità di cogliere problemi globali e fondamentali, ricongiungendo tra loro le parti col tutto, gli aspetti particolari con la cornice generale, è il secondo dei sette saperi individuati dal sociologo francese.

“21 Minuti” mira a stimolare questo processo attraverso l’accostamento di saperi eccellenti di ambito differente, ed è significativo che un grande neuro scienziato del nostro tempo come Mike Gazzaniga, quando partecipò come mio ospite nel 2009, abbia affermato che “21 Minuti” è un bell’esempio dell’università che in futuro dovremmo volere per i nostri figli. Tema che si riallaccia al successivo dei sette saperi, quello relativo all’unità complessa della condizione umana, che assomma in sé aspetti, caratteristiche, funzioni differenti e spesso contrastanti nell’individuo.

Porre nuovamente l’uomo al centro, vuol dire considerare la complessità dei saperi in relazione alla complessità dell’uomo che ne beneficia e considerarli in relazione alla priorità da accordare alla nostra specie ed alle sue aspirazioni. È proprio questa consapevolezza di specie che ci conduce alla necessità di una consapevolezza planetaria,permettendoci di assumere il ruolo di “pilota della navicella spaziale” che è la Terra.

Un’umanità inconsapevole del proprio ruolo e delle responsabilità che questo comporta, inevitabilmente non potrà stabilire corrette priorità per se stessa. Le ricadute dirette sulla
dimensione ambientale ed economica sono evidenti guardando ai fatti di questi anni, che a loro volta sollecitano con forza il bisogno del quinto dei sette saperi, quello relativo all’incertezza.

L’uomo, infatti, ha necessità di accogliere l’incertezza della propria condizione, la relatività della propria capacità, poiché un’errata attribuzione di capacità produce un effetto paralizzante sul nostro agire, laddove un’immagine falsata di noi stessi e del nostro sviluppo produce una sorta di “delirio di onnipotenza”, nutrito dall’illusione che non vi sia problema dal momento che non se ne ha consapevolezza. Cosa ci occorre allora?

Una nuova comprensione, come affermato da Morin, certamente l’individuazione della comprensione come mezzo e fine della comunicazione umana; ma questa comunicazione non può essere correttamente compresa se non viene correttamente declinata nei suoi tre aspetti fondamentali della sollecitazione che ci raggiunge dall’esterno e deve poi essere elaborata interiormente, attraverso un profondo colloquio interpersonale, quindi vederci capaci di risposta innovativa.

Tecnicamente parliamo di comunicazione esterna-interna; interna-interna; ed interna-esterna. Ci è indispensabile focalizzare la nostra attenzione sulla comprensione di noi stessi e della nostra comunicazione interna, del nostro mondo interiore, se vogliamo orientare il nostro agire. Il mondo esteriore, infatti, è frutto della dimensione interiore e non possiamo che rispecchiarci in esso.

Questo non significa che si debba occuparsi esclusivamente di interiorità, quanto piuttosto, come definito dall’ultimo dei sette saperi, dell’etica dell’essere umano come essere ternario composto dalle dimensioni individuo-specie-società o, potremmo dire con ancora maggior precisione io-noi-altro da noi.

La nostra fondamentale esigenza, oggi, è produrre quella visione unitaria fondata sull’essere umano che dia ragione e orientamento delle tante “sette” dantesche, come espressione delle tendenze
dell’uomo per quanto differenti tutte accomunate e riconducibili ad una maggiore aspirazione, a qualche cosa che in noi superi noi stessi, in un ininterrotto processo evolutivo.

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